Spazio disponibile banner disponibile banner disponibile Mariangela Netti
avvocato per tutti




Sport       Pubblicata il
NEWS


BEPPE SIGNORI. UNA VITA DA BOMBER CON FOGGIA, LAZIO E BOLOGNA.




BEPPE SIGNORI. UNA VITA DA BOMBER CON FOGGIA, LAZIO E BOLOGNA. BEPPE SIGNORI. UNA VITA DA BOMBER CON FOGGIA, LAZIO E BOLOGNA. BEPPE SIGNORI. UNA VITA DA BOMBER CON FOGGIA, LAZIO E BOLOGNA.

BEPPE SIGNORI. UNA VITA DA BOMBER CON FOGGIA, LAZIO E BOLOGNA.

L' ex attaccante della Nazionale, Vicecampione del Mondo nel '94 in America, è stato uno dei più grandi attaccanti della storia del calcio italiano. 188 reti, decimo marcatore di sempre in Serie A, esplose a suon di gol nel Foggia di Zeman. Nella Lazio vinse tre volte la classifica capocannonieri e due volte la classifica marcatori della Coppa Italia. Signori è entrato non solo nella storia del club biancoceleste, ma anche in quella del Foggia e del Bologna. Nella stagione '92-93 si aggiudicò la classifica marcatori sia in campionato che in Coppa Italia. Insieme a lui riuscirono in questa impresa solo tre illustri "bomber" del calcio italiano, Giuseppe Meazza, Gigi Riva, Roberto Boninsegna e una leggenda senza tempo: Diego Armando Maradona. Il velocissimo e strepitoso ex bomber bergamasco, nel 1991, fu vittima di uno spaventoso incidente stradale dal quale, miracolato da Padre Pio, uscì illeso.

di Giuseppe Zingarelli

Di solito i campioni vengono suddivisi in due categorie: quelli che hanno un talento innato, naturale, e quelli che devono costruirsi attraverso il lavoro e i sacrifici. Beppe Signori fa storia a sè. Perchè la natura ha regalato all'angelo biondo di Alzano Lombardo doti straordinarie, ma il cammino dell'ex attaccante dal sinistro micidiale e dal dribbling ubriacante verso la gloria e il successo è stato difficile, sofferto e tortuoso. Leffe, Trento e Piacenza, trampolino di lancio verso Foggia. Zeman lo lancia nell'olimpo del calcio italiano. Con Zoff, nella Lazio, la definitiva consacrazione. A Roma ritroverà il boemo, suo maestro. Nel corso della sua lunga carriera momenti opachi sembravano averne offuscato fama e talento. Rispose da campione. Risorse a Bologna con Carlo Mazzone.
Ha avuto un inizio difficile nelle giovanili dell'Atalanta, la squadra in cui da ragazzino sognava di giocare. In seguito anche all'Inter le cose non andarono bene. Le diedero il benservito con molta superficialità.
"Diciamo di si. I colori nerazzurri che tanto amavo da bambino non mi hanno portato fortuna. Era scritto, la sorte mi aveva riservato altre strade. L' Atalanta è stata il mio primo amore. Sono nato ad Alzano Lombardo. Poi con la famiglia ci trasferimmo a Villa di Serio, un comune a circa sette chilometri da Bergamo. Dopo il no dell'Atalanta giocai per cinque anni nelle giovanili di un'altra squadra nerazzurra: l'Inter. Pensavo che i dirigenti della 'Benamata' mi convocassero per giocare con la squadra Primavera e invece le cose andarono diversamente".
A quel punto i suoi sogni di calciatore stavano per naufragare?
"Lo confesso. Si. Fui costretto a ripartire di nuovo e trovarmi una nuova squadra, il Leffe".
Senza il sostegno di papà Giòbattista ci sarebbe stato Beppe Signori calciatore?
"L' incoraggiamento e la forza d'animo che un genitore ti trasmette sono fondamentali. Il mio papà, all'epoca lavorava come tipografo all' 'Eco di Bergamo', fin dall'inizio del mio percorso calcistico è stato importantissimo per me. Mi ha insegnato a non mollare mai. Ed io nella vita non ho mollato mai. Nei momenti difficili è stato sempre il pilastro che ha sorretto il mio sogno di diventare un calciatore. Non sarebbe mai esistito Beppe Signori calciatore senza il sostegno e il supporto di mio padre. Gliene sarò sempre grato.
Se non avesse fatto il calciatore cosa avrebbe fatto nella vita?
"Frequentavo l'Istituto Tecnico Industriale. Poi scelsi il calcio. Conciliarlo con gli studi mi divenne impossibile. Mi fermai al secondo anno di scuola superiore. Quando giocavo nel Leffe, contemporaneamente, lavoravo in un laboratorio dove riparavo radio e televisioni. Conseguii successivamente il diploma di perito elettronico. Avrei fatto il riparatore tv o qualcosa di attinente al titolo di studio conseguito".
Signori si nasce o si diventa?
"Si diventa".
In che modo? C' è un segreto?
"Nessun segreto. Anzi, ne approfitto per rivolgermi a tanti giovani che giocano a calcio e sognano di diventare calciatori, per dir loro che nel calcio conta molto la volontà e l'impegno. Devi fare un 'patto' con te stesso, del tipo: 'Ci provo impegnandomi fino in fondo con volontà e serietà'. Il talento, da solo, non basta. Occorre costanza e sacrificio. È una regola che vale non solo nello sport, ma, più in generale, nella vita. Una regola che non puoi 'dribblare'. Senza impegno non si arriva da nessuna parte. Che sia il calcio o altro. Quando però non gira, lo dico sempre, non bisogna scoraggiarsi. Occorre credere in quello che si fa e mettercela tutta. Carattere, sacrificio e forza di volontà sono benzina per le aspirazioni di un giovane calciatore".
Nell'84 gioca con il Leffe, nell'Interregionale e poi in C2. Un anno con il Piacenza in Serie C, ancora in C al Trento. Nella stagione successiva è di nuovo al Piacenza in Serie B.
"Cinque anni non semplici. Cinque anni molto impegnativi che mi hanno plasmato carattere e personalità. Sono state tappe molto importanti nella mia vita. Come uomo e come calciatore".
Come le definirebbe queste tappe iniziali della sua carriera?
"Una significativa esperienza di vita. Un importante trampolino di lancio per quello che fu il seguito della mia carriera agonistica. Ringrazio di cuore chi in quegli anni, nel Leffe, nel Trento e nel Piacenza, mi ha dato e insegnato tanto. Del resto a Foggia arrivai anche grazie a due reti realizzate in una partita amichevole disputata contro i rossoneri. Indubbiamente, anche il Piacenza ha contribuito a lanciarmi e farmi conoscere a platee importanti".
Zdenek Zeman e il ds Peppino Pavone dall'Emilia la portano in Puglia, al Foggia. Al suo arrivo in città il boemo la salutò con una frase sibillina: "Ciao bomber!".
"Non certamente perchè quando giunsi a Foggia io fossi già un bomber affermato. Evidentemente, in questo senso, Zeman, diciamo così, fu un 'profeta'. Vide in me qualcosa che lo indusse a pronunciare quella frase augurale. Quando arrivai a Foggia avevo realizzato una manciata di gol in carriera. Prescindendo dal Leffe, in C2, al Trento, in C, pur giocando costantemente, realizzai tre reti. Il primo anno al Piacenza, in Serie C, segnai un solo gol in 14 gare, mentre in Serie B, sempre al Piacenza, realizzai solo cinque reti in 32 gare disputate. In totale, due stagioni al Piacenza, sei reti. Beh, diciamo che bomber, nel vero senso della parola, ancora non lo ero. Lo divenni in seguito".
La svolta decisiva della sua carriera nel binomio Zeman-Foggia?
"Decisamente. Considerando le due stagioni in B e la successiva promozione in Serie A con i 'rossoneri', allora avevo 23 anni, è d'obbligo affermare che le tre stagioni disputate a Foggia hanno oggettivamente rappresentato la vera e decisiva svolta della mia carriera".
Perchè accettò il trasferimento al Foggia?
"Con il Piacenza, nella stagione '88-89, retrocedemmo nuovamente dalla Serie B alla C insieme a Taranto, Empoli e Sambenedettese. In quel periodo stavo trascorrendo qualche giorno di vacanza in Spagna. Mi telefonarono e mi dissero che il Foggia voleva acquistarmi. A Piacenza il presidente Garilli stava allestendo la squadra per disputare la Serie C. Non volevo lasciare la Serie B, per cui accettai il Foggia senza pensarci due volte. Fu una decisione vincente".
Chi è Zdenek Zeman per Beppe Signori?
"Un autentico maestro di calcio che mi ha insegnato a diventare un attaccante di successo".
Il suo esordio in Serie A a San Siro, contro l'Inter di Brehme, Matthaeus e Klinsmann. Era il 1° settembre 1991. Quell'Inter che in precedenza l'aveva "scartata" e delusa. In un certo senso la sua rivincita contro i nerazzurri?.
"In un certo senso, si. Fu un esordio molto positivo. Una partita che, con più esperienza e meno ingenuità da parte nostra, avremmo anche potuto vincere. Andammo in vantaggio nel secondo tempo. Ci fu un cross basso di Rambaudi per Baiano, il quale depositò il pallone alle spalle di Zenga. Poi l'Inter pervenne al pareggio".
Gianni Brera era presente al suo esordio in Serie A. In quella gara rimase talmente impressionato dal Foggia di Zeman e dalla velocità di Beppe Signori, da dichiarare a fine gara che il Foggia avrebbe disputato un gran campionato e che un certo monello 'biondo' sarebbe presto approdato alla ribalta nazionale. Cosi accadde.
"Fu una stagione davvero strepitosa per il Foggia. Era il gioco-spettacolo, il calcio-champagne di Zeman che in Italia fece epoca. Un gioco che permetteva di creare numerose occasioni da gol e grande spettacolo per il pubblico. Qualcuno lo criticò per la sua fragilità difensiva. Per Zeman l'obiettivo era vincere segnando un gol più dell'avversario. Fu una stagione straordinariamente entusiasmante e ricca di soddisfazioni personali".
Esplosero in Italia "Zemanlandia" e il tridente delle meraviglie, Rambaudi-Baiano-Signori.
"Un tridente che, in quel periodo, fece le fortune del Foggia".
Tre stagioni con i "satanelli". Due in B ed una in Serie A. 100 presenze e 36 reti in maglia rossonera. È nella storia del club dauno.
"Diciamo che è un bel bottino. Sono molto contento. Foggia è sempre nel mio cuore".
La sua rete siglata in rovesciata acrobatica all'Atalanta è tra le reti più spettacolari nella storia del Foggia. Dopo l'Inter, un'altra "vendetta" nei confronti della squadra in cui sognava di giocare?
"Mettiamola così. Diciamo che nei miei confronti l'Atalanta e l'Inter, qualche pentimento per avermi scartato con una certa leggerezza, lo ebbero. Contro l'Atalanta, con una perfetta scelta di tempo, agganciai il pallone con il sinistro e in acrobazia rovesciai in rete di potenza un pallone che fulminò Ferron".
A quella autentica "perla", quale altro gol ritiene di aggiungere tra quelli messi a segno in maglia rossonera?
"Altri due. La rete al Parma perchè fu la mia prima rete realizzata in Serie A e il primo gol in Serie A è come il primo amore, non si dimentica più. Peraltro segnai il gol a Taffarel, il portiere titolare della Nazionale brasiliana che nel '94 vinse i Mondiali statunitensi. L' altra è sicuramente la rete segnata all'Ascoli. Eravamo sullo 0 a 0. Verso la fine della gara l' arbitro fischiò un calcio di punizione. Baiano mi appoggiò la sfera. Calciai con tutta la forza che mi era rimasta. Il pallone finì all'incrocio dei pali, alla destra di Lorieri".
Come ricorda i tre anni trascorsi a Foggia?
"Splendidamente. Foggia mi ha consegnato alla notorietà. Ho avuto tutto dalla città e dai foggiani: affetto, simpatia, disponibilità, stima e amicizia. Ogni volta che ritorno a Foggia è sempre una festa. Ho molti amici che mi fanno sentire come se fossi a casa".
Il 17 settembre 1991, percorrendo alla guida della sua auto la Strada Statale 89 Garganica San Severo-Apricena, perde il controllo della vettura, sbanda ed esce fuori strada.
"Ero alla guida di una 'sportiva', una Audi nera. È stato un giorno molto brutto. Lo ricordo perfettamente, nei minimi dettagli".
Cosa accadde?
"Stavo andando a casa di un amico per pranzare con lui. Aveva piovuto. La strada era sconnessa e sdrucciolevole. Non viaggiavo a velocità sostenuta. Probabilmente, nel frenare, le ruote persero aderenza sull'asfalto bagnato. L' auto sbandò, persi il controllo ed uscii fuori strada. Rotolando più volte su se stessa la vettura terminò la sua corsa in un vigneto".
Quel giorno indossava una canottiera benedetta da Padre Pio. Sua madre, recatasi a San Giovanni Rotondo tempo addietro, l'aveva fatta benedire dal Santo cappuccino.
"Si. È tutto vero. In famiglia eravamo comunque già devoti a Padre Pio".
Come reagì dopo l'incidente?
"Quando la vettura si fermò avvertii che ero cosciente, lucido. Respiravo. Ero vivo. Questo mi diede coraggio. Non sapevo di preciso se avessi riportato ferite o altro. Iniziai a muovermi. Mi accorsi che l'abitacolo si era deformato. L' Audi si era accartocciata come fosse una scatoletta di latta. Ero spaventato. A caldo, pian piano, iniziai a muovermi. Percepivo di avere la padronanza dei movimenti. Non avvertivo dolore. Ebbi la sensazione, lì per lì, di non avere niente di rotto".
I soccorsi furono immediati?
"Si. Ricordo alcune persone. Si avvicinarono alla vettura. Vedendo l'auto ridotta in quelle condizioni pensarono al peggio. Ero scioccato, confuso, tramortito, pallido in viso. Due persone, scrutando dai finestrini l'interno della vettura per vedere se fossi ancora in vita mi riconobbero e mi dissero che presto un'ambulanza sarebbe giunta sul posto. Il mezzo, infatti, giunse prontamente. Fui portato in ospedale per effettuare tutti gli accertamenti. Gli esami diagnostici, fortunatamente, confermarono che non c'erano fratture o lesioni. Riportai alcuni graffi alle gambe. Fu una gran brutta esperienza".
La canottiera benedetta da Padre Pio. Percepì l'aiuto del frate di Pietrelcina?
"Lo sentii molto vicino quando l'auto, uscendo di strada, rotolò più volte nel vigneto".
Pensa spesso a quel giorno?
"Beh, diciamo che ci penso. Mi rendo conto che per come è andata, considerando che l'auto andò distrutta, poteva finire diversamente. So' di essere stato miracolato da Padre Pio".
Si reca spesso a far visita al Santo stigmatizzato?
"Si. Appena posso vado sempre a San Giovanni Rotondo".
Nell'estate del '92, Cragnotti, Governato e Zoff, dal Foggia la portano a Roma. Alla Lazio vinse tre volte la classifica marcatori entrando nella storia del club biancoceleste.
"Dino Zoff, direi ottimamente, mise ancor più a frutto il lavoro di base svolto meravigliosamente da quello che da sempre chiamo il mio "maestro", cioè, mister Zeman. Ero già un attaccante. Il mutamento tattico operato da Zoff mi trasformò ancor più in una punta. Ciò mi diede più possibilità di centrare con più slancio e con maggiore frequenza la porta. I risultati furono immediati. Nel primo anno alla Lazio realizzai 26 reti. L'anno seguente, 23 centri".
Non dimenticando che il terzo anno, in maglia biancoceleste, realizzò altre 17 reti.
"Un buon numero. Certo, far gol è sempre difficile, però l'anno precedente avevo una media superiore: 23 reti su 24 presenze. Un gol a partita".
Ancora un exploit. Il 12 giugno '96 rivince per la terza volta la classifica cannonieri sia pur in condominio con Igor Protti, suo ex amico di squadra alla Lazio nella stagione successiva.
"In quella stagione collezionai 31 presenze e 24 reti. Nella successiva non andai proprio male, chiusi con 15 reti".
Nel suo anno più sofferto in maglia biancoceleste, l'ultimo, nel '97, sei presenze e due soli gol. Continuò a non deludere e i tifosi. Vinse per la seconda volta la classifica marcatori in Coppa Italia.
"Si. Realizzai 6 reti".
Nel giugno 1995 stava per diventare un giocatore del Parma. A furor di popolo quindicimila tifosi della Lazio bloccarono la sua cessione alla società gialloblù, con una specie di 'Marcia su Roma'. Costo dell'operazione 25 miliardi di lire.
"Eravamo in tournée in Brasile con la squadra. Zeman e Zoff, allora rispettivamente allenatore e Presidente onorario della Lazio, non volevano cedermi. La trattativa poi saltò. Fu una straordinaria manifestazione d'affetto che non dimenticherò mai".
Dopo sei stagioni alla Lazio il suo passaggio alla Sampdoria. Cosa accadde?
"L' ultimo anno trascorso alla Lazio non è stato un anno facile. Infortuni in serie e pochi allenamenti. Non stavo bene fisicamente in quel periodo. Una serie di situazioni compromisero il mio abituale rendimento in campo. Più di qualche incomprensione con Eriksson e con la società. Fu un periodo decisamente opaco, difficile, sofferto. Fosse dipeso da me sarei rimasto a vita alla Lazio".
Alla Sampdoria giocò poco. Tutto sommato un trasferimento non molto positivo.
"Giocai solo 17 incontri realizzando tre reti. Ne discussi anche con l'allora direttore sportivo, Vujadin Boskov. Parlai in seguito anche con Luciano Spalletti che, alla fine di quella stagione, era stato chiamato alla guida della Sampdoria".
Cosa le disse Spalletti?
"Avrebbe voluto che io restassi alla Samp".
Dalla Sampdoria andò via per non deludere le attese dei tifosi blucerchiati. È vero?
"Si. Potevo restare. Però sentivo di non riuscire più a far gol come prima. I tifosi della Sampdoria da me si aspettavano i gol ed io non ero nelle condizioni fisiche migliori per dar loro le soddisfazioni che meritavano. A Genova non riuscii ad esprimermi ai miei livelli. Soffrivo in silenzio".
Cosa accade ad un attaccante quando non fa gol?
"Va un po' giù. E se continua a non segnare il morale va a terra. Un attaccante sa benissimo che i tifosi da lui si aspettano i gol e se non arrivano, psicologicamente, inizia a non passarsela bene".
Cosa direbbe ad un attaccante che, in tal senso, vive un momento difficile?
"Di star tranquillo e sereno, e di continuare a lavorare con impegno. Prima o poi si sbloccherà e i gol arriveranno".
Di reti lei ne ha realizzate davvero tante. È tra i primi 10 marcatori di sempre nella storia del calcio italiano. 188 gol siglati in Serie A soprattutto con Foggia, Lazio e Bologna.
"Potevano essere oltre 200, per la questione delle autoreti".
Qual è stato il gol più bello che ha realizzato con la maglia della Lazio?
"Più che uno, ne ricordo tre. Il primo, nel dicembre '92, lo siglai in Lazio-Inter. Palla al piede partii da centrocampo, in accelerazione mi proiettai verso l'area interista. Incrociai prima Bergomi, poi un altro calciatore nerazzurro e, con il sinistro, centrai l'angolo basso alla sinistra della porta avversaria. Il secondo lo siglai in un derby, Lazio-Roma. Un cross di Aron Winter dalla destra. Andai incontro alla sfera e, questa volta di destro, calciai a volo battendo Cervone. Il terzo gol lo misi a segno in Pescara-Lazio. Stop a volo, controllo e tiro vincente".
Tra queste tre marcature quale sceglierebbe?
"La prima. Forse non è il più bello ma è quello al quale tengo di più".
*Con Zoff e i tifosi della Lazio?
Ottimi rapporti.
Anche se poche, in maglia blucerchiata lei realizzò una rete spettacolare su calcio piazzato. La ricorda?
"Ora che ci penso, si. In Sampdoria-Parma realizzai una doppietta. Una doppietta, diciamo particolare, perchè nello stesso match segnai due reti a due portieri diversi. La prima fu di testa. C'era Buffon in porta ai gialloblù. Gigi poi si infortunò. Al suo posto entrò Alessandro Nista. Verso la fine dell'incontro l'arbitro decretò un calcio di punizione a nostro favore. Calciai di precisione e la palla entrò in rete".
Dopo la parentesi con la Sampdoria si scrisse diffusamente sui giornali che Beppe Signori era un calciatore ormai sul viale del tramonto. Carlo Mazzone la portò al Bologna.
"È vero. Dopo infortuni vari, un'operazione all'ernia del disco, per molti ero un calciatore finito. Anche il presidente Gazzoni- Frascara era poco convinto quando Mazzone gli propose di portarmi in rossoblù. Non ero nel mio periodo migliore".
Dopo il traumatico e doloroso addio alla Lazio e la stagione tutt'altro che esaltante trascorsa alla Sampdoria, l'ex Patron del Bologna non voleva rischiare un acquisto sbagliato?.
"Mi metto nei panni del presidente. La logica dice questo".
Mazzone puntò ad occhi chiusi su di lei.
"Avevo poco più di 30 anni all'epoca. Mazzone mi disse che potevo ancora dare molto al calcio e che a Bologna sarei tornato ad essere quello di prima".
Qualche anno prima il Bologna aveva rigenerato un suo caro amico: Roberto Baggio. È vero che telefonò al "Divin Codino", suo amico e compagno di squadra in Nazionale, per consigliarsi con lui riguardo al trasferimento con i rossoblù?
"In quel periodo ero in Norvegia. Lo chiamai e Roby mi confermò che la società, la città, i tifosi, l'ambiente in generale, a Bologna erano ideali per 'rinascere'. Mazzone poi completò l'opera. Convinse il presidente Gazzoni-Frascara a portarmi sotto le torri assumendosi tutte le responsabilità di un eventuale insuccesso".
Mazzone vinse alla grande la scommessa. Fu l'indiscusso artefice della sua risurrezione calcistica.
"Fu il solo a credere in me. Stavo vivendo una situazione difficilissima. Avevo perso la fiducia in me stesso. È la cosa peggiore che possa capitare a un calciatore e, soprattutto, a un uomo. Mazzone fu come un padre. Ha saputo starmi vicino, comprendermi, incoraggiarmi. Non è una cosa da tutti. I suoi consigli mi hanno permesso di ritrovare me stesso e la strada del gol. Non ce l'avrei fatta senza il suo aiuto".
Un ricordo di Carlo Mazzone in tre parole?.
"Concreto, paterno, affettuoso".
Nel Bologna vive la sua seconda giovinezza. Sei stagioni, 143 presenze in campionato, 67 reti. Altre 35 presenze tra Coppe Italia, Coppa UEFA ed Intertoto. In tutto in rossoblù 84 reti. È tra i bomber più prolifici anche nella storia del club felsineo. All'ombra delle due torri arrivò mister Francesco Guidolin. Gioca ormai costantemente.
"A Bologna sono rinato. Questo non lo dimenticherò mai. Devo tantissimo, in primis, a Mazzone, ma devo stima e riconoscenza anche a mister Guidolin che è stato capace di valorizzarmi e di creare un ambiente davvero positivo, contribuendo a risultati importanti per la squadra. Un grazie di cuore va alla città di Bologna e ai tifosi rossoblù. Meravigliosi".
La sua partita più bella disputata in maglia rossoblù?
"Ne ricordo due su tutte. Bologna-Udinese, una gara di campionato. Vincemmo 1 a 0. Un pallonetto a Sensini e poi il tiro a volo con gol quasi all'incrocio dei pali. L' altro match si giocò in Coppa UEFA, nel marzo '99, Bologna-Olympique Lione. In quell'incontro, terminato 3 a 0, misi a segno due pregevoli marcature".
Dopo Bologna, lascia l'Italia e va all'estero. In Grecia con l'Iraklis e in Ungheria con il Sopron. Le ultime due squadre in cui gioca prima di appendere gli scarpini al chiodo.
"Si. Al Sopron, come allenatore, ebbi Dario Bonetti. In quel periodo vivevo a Vienna in quanto Sopron era proprio al confine tra Austria e Ungheria".
Chi era il suo idolo da ragazzino?
"Diego Armando Maradona e poi Evaristo Beccalossi. Quando giocavo nelle giovanili dell'Inter ero raccattapalle a San Siro. Evaristo mi colpì per la sua tecnica, il suo stile, il suo modo di giocare e di stare in campo. Conobbi Beccalossi alla fine della sua carriera, quando giocava nel Barletta. All'epoca io giocavo nel Foggia. Al termine di un Foggia-Barletta mi regalò la sua maglia che conservo gelosamente".
Il calciatore più falloso in assoluto che ha incontrato nella sua lunga carriera agonistica?
"Paolo Montero".
Quello più corretto?
"Franco Baresi".
Tre calciatori stranieri e tre italiani che l'hanno impressionata nella scorsa stagione?
"Per gli stranieri, Thuram, Lobotka e Renders. Poi dico Dimarco, Bastoni e Retegui".
I calciatori stranieri e italiani che più suscitarono la sua ammirazione quando giocava?
"Van Basten, Ronaldo, Zidane e Batistuta. Roberto Baggio, Gianfranco Zola, Paolo Maldini, Franco Baresi".
Il calciatore con cui ha legato di più?
"Roberto Rambaudi".
Fu chiamato anche dal Barcellona per dare consigli a Neymar su come calciare i rigori da fermo.
"Vero. Neymar calciava i rigori da fermo e ne aveva sbagliati due consecutivi. Io li calciavo guardando un attimo prima, con la coda dell'occhio, il ginocchio del portiere che si piegava di più. Ciò mi indicava la direzione in cui l'estremo difensore avversario si sarebbe tuffato, mentre io, dal dischetto, calciavo la sfera nell'angolo opposto".
Finalmente in azzurro. Il "Profeta di Fisugnano", il ragionier Arrigo Sacchi, nel '92 la convocò in Nazionale.
"La maglia azzurra non si dimentica mai. Il giorno in cui indossi quella maglia ti resta scritto nell'anima. Ai miei tempi quando si era convocati in Nazionale era una festa. Non ci stavi più per la contentezza. Era come toccare il cielo con un dito. Un traguardo importantissimo. Si stappava una bottiglia di champagne per brindare all'evento. Oggi non so se è più cosi".
Il suo esordio in maglia azzurra contro il Portogallo, ma l'esordio vero fu contro l'Irlanda.
"Il tempo vola ma lo ricordo come fossi ieri. Un quadrangolare amichevole organizzato dalla Federcalcio statunitense. Vincemmo 2 a 0. Segnai il primo gol su calcio di punizione. Poi, su un lungo lancio di Roberto Mancini in area di rigore, controllai il pallone, saltai un difensore che mi atterrò e l'arbitro concesse il rigore. Costacurta dal dischetto raddoppiò".
28 partite e 7 reti con la maglia azzurra.
"Dal '92 al '95. In azzurro tre anni bellissimi".
Il Mondiale USA '94. La finale in California al "Rose Bowl" di Pasadena?
"Quell'Italia-Brasile è qualcosa che, ogni tanto, un po' ritorna alla mente e quando ritorna, un po' tormenta. Si andò ai rigori dopo 120 minuti di gioco e quando si va ai rigori può accadere di tutto. Fu un mondiale in cui ce l'abbiamo messa tutta. Siamo arrivati a giocarcela a viso aperto contro il Brasile. È amara averla persa ai rigori. Purtroppo".
Rimpianti per non aver giocato la finale contro i 'verdeoro'?
"Si. A distanza di tanto tempo oggi non avrei più detto a Sacchi di non accettare di giocare centrocampista, visto che più di qualche gara in azzurro la giocai in un ruolo sacrificato, un ruolo non mio. Non giocai la finale Italia-Brasile perchè fui molto sincero con lui. Con il senno di poi, oggi, avrei accettato anche di giocare in porta al posto di Pagliuca. L' unico rimprovero che posso fare a Sacchi è di non avermi fatto entrare in quella finale per calciare i rigori, visto che ero rigorista".
I suoi ricordi più belli legati a quel Mondiale americano?
"L' assist su punizione a Dino Baggio in Italia-Norvegia e quello a Roberto Baggio in Italia-Spagna".
Quale partita della Nazionale italiana non smetterebbe mai di rivedere?
"Italia-Germania 4 a 3 e Italia-Brasile 3 a 2, dell'82".
Come le definirebbe?
"Irripetibile la prima, fantastica la seconda".
La Nazionale azzurra è in difficoltà. Secondo lei perchè?
"I settori giovanili una volta riuscivano a consegnare al calcio italiano fior di calciatori. In Italia, se vogliamo ritornare ad essere competitivi nel mondo con la Nazionale ed anche nelle Coppe internazionali, dobbiamo riprogrammare i settori giovanili e dare più spazio a qualche talento di casa nostra. I giovanissimi dobbiamo lasciarli liberi di esprimere il loro talento, senza soffocarli con esasperanti tatticismi".
Perchè Spalletti ha fallito con la Nazionale?
"Spalletti è un ottimo allenatore. A mio avviso ha avuto problemi di adattamento al ruolo di Commissario Tecnico. Tra gestire i calciatori di un club e quelli della Nazionale c' è un abisso. Mutano totalmente le dinamiche. Spalletti ha faticato ad adattarsi al ruolo di CT e questo non gli ha permesso di costruire quel gruppo che lui voleva costruire per vincere. Un gruppo essenzialmente coeso e motivato".
Rino Gattuso riuscirà a riportare l'Italia ai Mondiali?
"Ce la metterà tutta".
Ascolta musica?
"Si. Mi rilassa molto".
Beatles o Rolling Stones?
"The Beatles".
Oggi, a 57 anni, lei è padre di tre figli ed è anche nonno.
"Essere genitore lo considero il 'mestiere' più difficile del mondo. Essere nonno è bellissimo. Sinceramente non ancora mi abituo molto all'idea. Più che nonno mi sento ancora un ragazzino".
Beppe Signori oggi è un uomo sereno?
"Oggi si. Ho ritrovato la mia serenità interiore dopo averla persa per molto tempo. Dieci anni in cui ho sofferto senza mai arrendermi. Dieci anni in cui sono stato messo in "Fuorigioco" per accuse infondate che hanno tormentato me e la mia famiglia".
Qual è il suo motto?
"Ne ho due. Il primo è, 'La vita ti da sempre un'altra possibilità', l'altro, 'Perde solo chi si arrende', ed io per provare la mia innocenza non mi sono mai arreso".

Torna indietro
Stampa
powered by: mediaweb graphic
APRI »