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L' 8 MARZO 1968 IL FOGGIA SI RECÒ A SAN GIOVANNI ROTONDO A FAR VISITA A PADRE PIO DA PIETRELCINA.




L' 8 MARZO 1968 IL FOGGIA SI RECÒ A SAN GIOVANNI ROTONDO A FAR VISITA A PADRE PIO DA PIETRELCINA. L' 8 MARZO 1968 IL FOGGIA SI RECÒ A SAN GIOVANNI ROTONDO A FAR VISITA A PADRE PIO DA PIETRELCINA. L' 8 MARZO 1968 IL FOGGIA SI RECÒ A SAN GIOVANNI ROTONDO A FAR VISITA A PADRE PIO DA PIETRELCINA.

L' 8 MARZO 1968 IL FOGGIA SI RECÒ A SAN GIOVANNI ROTONDO A FAR VISITA A PADRE PIO DA PIETRELCINA.

La squadra rossonera guidata dal Presidente Antonio Fesce, 57 anni fa, salì sul Gargano. Nel pullman anche lo storico "Capitano" del Foggia, Gianni Pirazzini, che ricorda quella visita al santo frate. Il libero ravennate, 13 stagioni consecutive e 424 presenze disputate con la maglia 'rossonera', nel corso della sua lunga carriera, 19 anni, fu seguito da molte società: Fiorentina, Milan, Napoli, Inter, Bologna, Hellas Verona, Juventus, Varese, Rimini e Spal.

di Giuseppe Zingarelli

Nel pomeriggio dell'8 marzo 1968, un pullman giunse a San Giovanni Rotondo. Si fermò davanti al piazzale del convento di Santa Maria delle Grazie. A bordo vi era una squadra di calcio. Il Foggia. Non era la prima volta che i rossoneri si recavano sul Gargano per far visita a Padre Pio. Era già accaduto nel 1960, in occasione della promozione dei dauni dalla Serie C alla B, nel 1962, con la riconquista della Serie B e il 29 maggio 1964, quando Oronzo Pugliese, in vista dell'incontro con la Pro Patria del presidente Candiani, allenata da Giuseppe Lupi, decise di portate in ritiro i suoi ragazzi nel paese garganico. Dopo aver svolto una seduta di allenamento, accompagnati anche dal sindaco Francesco Morcaldi, all'epoca "Primo Cittadino" di San Giovanni Rotondo, il "vulcanico" allenatore di Turi e la squadra al completo, si recarono dal Santo. Lo "stigmatizzato" si intrattenne con atleti e dirigenti interessandosi amabilmente con loro del mondo del calcio, le cui vicende gli venivano spesso riferite in convento dai suoi confratelli. Al colloquio seguì un momento di preghiera. Il frate di Pietrelcina impartì alla squadra una solenne benedizione. Poi, rivolgendosi ancora alla comitiva rossonera, consigliò ai calciatori del Foggia di essere leali e di trasmettere nella pratica sportiva la serena gioia cristiana. Congedandosi da loro, Padre Pio disse: "Il Signore benedica voi, le vostre famiglie e le vostre fatiche". In quel campionato 1963-64, il Foggia era in corsa per la promozione in Serie A. Il 31 maggio 1964, il Foggia sconfisse la Pro Patria con un risultato perentorio: 4 a 1. Al termine di quella stagione cadetta, il 21 giugno 1964, per la prima volta nella loro storia, i 'rossoneri' approdarono in Serie A insieme al Cagliari di Gigi Riva e al Varese, allenato da Ettore Puricelli. Nella stagione calcistica 1967-68 il Foggia disputava il campionato di Serie B. Pirazzini era stato da poco acquistato dalla società dauna, allora guidata da Serefino Montanari, ex calciatore di Padova, Spal e Lazio. Quel pomeriggio dell'8 marzo 1968, in quel pullman che saliva a San Giovanni Rotondo, c 'era anche il "Capitano".

Sono trascorsi 57 anni da quel famoso 8 marzo 1968 in cui vi recaste a far visita a Padre Pio. Cosa ricorda di quel pomeriggio? 
"Tutto. Dopo quasi 60 anni, sembra ieri. Il ricordo di quel pomeriggio è più vivo che mai nella mia mente. È proprio vero, il tempo corre velocemente. In campionato, la domenica successiva, il 10 marzo 1968, dovevamo affrontare allo "Zaccheria" la Reggiana. La partita di andata giocata allo stadio "Mirabello" di Reggio Emilia, terminò in parità, 1 a 1. Ricordo il risultato perchè quella domenica il calcio italiano visse la drammatica scomparsa di un campione. Era il 15 ottobre 1967. L' ala destra del Torino, Gigi Meroni, perse la vita tragicamente, investito da un auto mentre rientrava a casa subito dopo aver giocato la gara contro la Sampdoria. Noi, quella stessa domenica, ironia della sorte, giocavamo contro la Reggiana, squadra che per tradizione ha la maglia della stesso colore di quella del "Toro". Questo particolare mi è sempre rimasto impresso nella mente. In quella stagione calcistica 1967-68, il nostro allenatore era Serafino Montanari. Con Montanari realizzammo un filotto di 24 risultati utili e, alla fine di quel campionato soltanto per un punto non approdammo in Serie A. Accompagnati dal dottor Antonio Fesce, dal dottor Frisotti e dal dottor Iannantuoni, all'epoca rispettivamente, Presidente, dirigente e segretario del club, partimmo alla volta di San Giovanni Rotondo. Il Presidente Fesce decise di andare da Padre Pio. In pullman, durante il viaggio, si respirava un'atmosfera particolare. Eravamo al contempo concentrati sulla partita che ci attendeva la domenica, contro la Reggiana, e anche raccolti in preghiera, pensando che andavamo da Padre Pio. Quando giungemmo nelle vicinanze del paese, iniziò a regnare in pullman un religioso silenzio. Eravamo emozionati. Io non ero mai stato da Padre Pio. Ne avevo sentito parlare molte volte, come anche tutti i miei compagni di squadra.
Era la prima volta che mi recavo da lui. Giunti a San Giovanni Rotondo, come tanti pellegrini, percorremmo il piazzale del convento ed entrammo in Chiesa, per poi essere ricevuti da Padre Pio". 
Quanto tempo vi tratteneste in visita da Padre Pio? 
"Circa 15 minuti, non di più. Un confratello spingeva la carrozzella sulla quale era seduto Padre Pio. Furono momenti indimenticabili. Rivedo davanti agli occhi quella immagine del Santo frate costretto in carrozzella, sofferente, e quando lo racconto, a distanza di tanto tempo, mi emoziono. Sinceramente, sono momenti che ti restano scolpiti nell'anima".
Cosa vi disse Padre Pio? 
"Quando entrò nella sala "San Francesco" si percepiva che vi era una presenza di santità. Si avvertiva che, diciamo così, non era un frate come come tanti. Noi, calciatori e dirigenti, eravamo tutti in silenzio. Ciascuno di noi, in realtà, gli stava affidando qualche suo problema, o mentalmente, recitando una preghiera, gli stava chiedendo qualcosa, e lui, sono sicuro, la stava ascoltando. Ricordo anche che il nostro compianto Presidente, Antonio Fesce, chiese ad un altro frate lì presente, confratello del santo, se vi fosse la possibilità di poter scattare una foto ricordo della squadra insieme a Padre Pio, ma il confratello rispose che ciò non era possibile. Nella sua proverbiale semplicità, Padre Pio è come se ci augurò le migliori fortune per il prosieguo della nostra carriera e del campionato in corso. Poi ci invitò tutti a pregare. Insieme a noi, erano presenti all'interno della sala San Francesco anche altre persone, e insieme a loro, iniziammo a pregare tutti insieme. Successivamente, Padre Pio ci impartì la sua paterna benedizione. Vivemmo istanti che è difficile descrivere a parole. Quando uscimmo dal convento, quella benedizione la portammo sempre con noi. La sentimmo sempre viva nel nostro cuore. Come fosse qualcosa di particolarmente prezioso, qualcosa da custodire gelosamente. Direi che quella benedizione di Padre Pio è come se accompagnò ciascuno di noi. Non solo nel corso della nostra carriera agonistica, ma anche e soprattutto nella vita, quando dopo aver appeso le scarpette al fatidico chiodo, per noi calciatori arriva il momento in cui molte cose cambiano e si pongono altre scelte. Scelte in cui devi decidere altre direzioni di vita. Per molti calciatori, quando arriva il momento di smettere di giocare, non è un momento facile da vivere.
Quando vi recaste da Padre Pio, lei era da poco tempo un calciatore del Foggia. 
"Si. Avevo 23 anni. Avevo disputato già sei stagioni con il Ravenna, in Serie C, realizzando tre reti e 97 presenze in maglia giallorossa. Poi, nel 1967, il Foggia si interessò a me e mi acquistò. Giunsi a Foggia. Era un ambiente nuovo. Non sapevo come mi sarei ambientato. Ero cosciente del fatto che se la dirigenza aveva apprezzato le mie qualità tecniche ed aveva puntato su di me, dovevo ripagare chi mi aveva dato fiducia. Per cui ero giunto in Puglia con tante buone intenzioni. Dovevo lavorare bene per la società e per i tofosi. Sapevo che Foggia era ed è una piazza importante, che al calcio tiene moltissimo. In ogni caso, ovunque fossi andato a giocare, il posto in squadra te lo devi meritare, perchè al posto in squadra ci arrivi soltanto lavorando con impegno, professionalità ed abnegazione". 
Pensava di rimanere al Foggia così a lungo? 
"Assolutamente no. Anzi le dirò di più. Pensavo di restare in rossonero solo qualche anno. Come si dice in gergo, pensavo di restare a Foggia il tempo necessario per maturare esperienza, e chissà, poi approdare altrove, magari in qualche società del nord. Poi le cose andarono diversamente. Seppi che alcune squadre erano interessate a me. All'epoca noi non avevamo i procuratori. Oggi molte cose sono cambiate nel calcio. All'epoca non era così. La cessione o l'acquisto di calciatore lo decidevano le società, in quanto proprietarie dei nostri cartellini. Presidenti e dirigenti, all'epoca, disponevano "in toto" del nostro futuro. Noi calciatori non sapevamo nulla di eventuali interessamenti da parte di altre società o di eventuali trattative che ci riguardavano. I dirigenti, spesso, non ci dicevano nulla se non quando una trattativa veniva definita. Cosi era anche per le conferme".
Nel corso della sua lunga permanenza in rossonero, il suo rapporto con la società è stato sempre un rapporto sereno? 
"Diciamo che a Foggia mi sono ambientato bene. Non sempre però tutto è stato facile. Ci sono stati anche momenti non semplici, momenti in cui fui anche contestato dalla tifoseria. Pensavo di andar via da Foggia. In alcuni circostanze ho pensato che il mio tempo in rossonero fosse giunto al termine. Nella carriera di un calciatore ci sono sempre dei momenti di difficoltà, di contrasto, in cui puoi non essere compreso al meglio, come vorresti che fosse. Ci sono anche partite in cui non riesci ad esprimerti al meglio, anche se un calciatore professionista scende sempre in campo per dare il meglio di se'. A volte qualche partita si sbaglia, non riesci a disputare la gara come vorresti. Però è anche vero che quando un calciatore lavora con impegno e serietà, la società e i tifosi lo notano. Diciamo che divergenze, contrasti e tensioni, pur affiorate nel corso degli anni della mia permanenza a Foggia in qualità di calciatore, sono sempre state affrontare ed appianate con garbo e stile, e questo è stato davvero molto importante per me. Il mio rapporto con la città, i tifosi e la società è stato sempre improntato alla correttezza ed al rispetto reciproco". 
Foggia. Una città che le vuole bene. Dopo aver disputato10 campionati di Serie B e tre di A, il Presidente Fesce la chiamò in società come direttore sportivo. 
"Si. Fui direttore sportivo anche con la presidenza Lioce".
Al tempo in cui giocava l' attaccamento alla maglia era davvero così importante? 
"Indubbiamente. Quando giocavo, molti calciatori tenevano a continuare le loro carriere indossando la maglia della squadra in cui avevano militato nella precedente stagione agonistica. La maglia veniva anche prima di molte altre cose. Per certi aspetti, anche prima dei soldi. Oggi molte cose sono cambiate. Alla fine degli anni '60 e per tutto il corso degli anni '70, per noi calciatori la maglia è stata qualcosa di veramente importante. È stato proprio quello il periodo in cui molti campionissimi legarono il proprio nome ad una sola squadra. Penso a Gigi Riva, Gianni Rivera, Sandro Mazzola, Giacinto Facchetti, Giancarlo Antognoni, Giuseppe Furino, Emiliano Mascetti, Franco e Giuseppe Baresi, Giacomo Bulgarelli, Tazio Roversi, Antonio Juliano, Paolo Pulici, giusto per citare alcuni campioni dei miei tempi. Ripercorrendo il recente passato, mi vengono in mente Francesco Totti, Alessandro Del Piero, Paolo Maldini e Roberto Mancini. Campioni che si sono legati ad una squadra a vita. Esempi virtuosi di attaccamento e di grande riconoscenza verso la società che li ha lanciati. Oggi sono consapevole di quanto sia stato importante per me voler bene alla maglia del Foggia. A Foggia, poi, ho anche conosciuto mia moglie, Ci siamo sposati. Ho messo su famiglia. Tre figli. Ritengo la famiglia davvero importante nella vita di una persona. Ti dà stimoli, forza, coraggio, soprattutto nelle situazioni non semplici della vita, e quelle ci sono per tutti. Foggia è stata la scelta di vita che ha cambiato la mia vita. Sono rimasto a Foggia. La considero ormai da tempo la mia città adottiva. Una città che mi ha dato tanto. Anzi, mi ha dato tutto".
Un giorno il Presidente Fesce le comunicò di averla ceduta al Varese. 
"È vero. Stavo per preparare le valigie. Il Foggia all'epoca era allenato da Tommaso Maestrelli. Un allenatore al quale devo moltissimo. Con lui fummo promossi in serie A. Quando il Presidente Fesce comunicò a Maestrelli la mia cessione, il tecnico gli rispose che avrebbe dovuto trovarsi un altro allenatore, perchè se avesse ceduto me se ne andava anche lui. Fesce rinunciò a cedermi, strappò il contratto e avvisò il Varese che sarei rimasto un calciatore del Foggia. Quell'anno, in Serie A, con Maestrelli in panchina, fummo la squadra rivelazione del campionato". 
Chi ricorda in particolare in quella squadra? 
"Tutti. Era un gruppo fantastico. Da Trentini a Crespan, da Montefusco a Saltutti, da Bigon a Re Cecconi, da Majoli a Colla. È stato un ottimo Foggia. Un gruppo che meritava ampiamente di restare in A".
Nessuno come lei nella storia del Foggia. 424 presenze in rossonero. Un record imbattibile. 
"Quando giunsi a Foggia, mi creda, non avrei mai pensato di raggiungere questo risultato. Non ci ho mai pesato. Ho sempre pensato a dare il massimo in campo". 
Quando giocava, qual'è stato il calciatore italiano che maggiormente l'ha impressionata? 
"Nel periodo in cui giocavo, Gianni Rivera incarnava l'immagine dell'uomo squadra. Aveva una visione di gioco completa. Il gioco del Milan passava per le sue magistrali giocate. Rivera è stato un uomo squadra di prim'ordine, un regista che ha esaltato il gioco e il collettivo del Milan". 
L' attaccante più forte al tempo in cui giocava? 
"Quattro su tutti. Gigi Riva. Roberto Bettega, Roberto Boninsegna e Paolo Rossi. Quattro attaccanti eccezionali, fortissimi. Quando vennero a giocare a Foggia erano tutti dei sorvegliati speciali. 'Pablito' nel dicembre del '77, contro di noi, con la maglia del Lanerossi Vicenza, ci fece impazzire. Unico attaccante al mondo a segnare tre reti al Brasile nella stessa partita. Basta questo per dire che attaccante è stato. La città di Foggia, qualche tempo fa, gli ha dedicato un murales gigante mosaicizzato per ricordarlo".
La rete più bella che lei ricorda realizzata da un attaccante contro il Foggia? 
"Non ho dubbi. Quella realizzata da Roberto Boninsegna contro di noi a Milano. Era il 2 maggio 1971. A San Siro perdemmo 5 a 0. L' Inter vinse il suo undicesimo scudetto, noi invece dovevamo salvarci. La salvezza, per una piccola squadra provinciale come il Foggia, rappresentava per noi uno scudetto. Quell'anno retrocedemmo in Serie B dopo aver disputato un ottimo girone di andata, ma non meritavamo la B. Ricordo il cross di Facchetti, gli andai incontro per cercare di respingere il traversone. Il pallone giunse in area, mi voltai e vidi la strepitosa rovesciata acrobatica di Boninsegna che con il sinistro, di potenza, centrò l'incrocio dei pali alla sinistra di Trentini. Un gesto atletico impressionante, di rara bellezza. Fu una delle reti più belle della storia dell'Inter. Il gol più bello realizzato da Boninsegna nella sua prolifica carriera di centravanti. Trentini non potè nulla per opporsi a quella stratosferica prodezza. Fu una esecuzione perfetta. Nessun portiere al mondo avrebbe parato quel 'missile' scagliato verso la porta ad una velicità terrificante".
Qualche tempo dopo lei restituì il gol all'Inter. 
"Beh, non fu certo la prodezza di 'Bonimba'. Diciamo che a San Siro, contro i nerazzurri, pareggiammo una partita che si era messa subito in salita per noi. Era il 13 febbraio 1977. Peppino Pavone, un grande amico ed ex calciatore del Foggia, ci fece subito gol. Erano trascorsi neanche due minuti dall'inizio della gara. In seguito Mazzola, Facchetti, Oriali, e Anastasi tentarono di tutto per chiudere i conti già nel primo tempo ed archiviare definitivamente il match. Il nostro merito fu quello di crederci. Riuscimmo a difenderci egregiamente con ordine, senza andare in affanno. Mancavano pochi minuti al termine dell'incontro e pervenimmo al pareggio. Depositai con un tocco di piatto destro il pallone alle spalle dell'ottimo portiere nerazzuro, all'epoca Ivano Bordon, tra l'altro anche ex portere della Nazionale".
Segnò una rete anche al Milan di Gianni Rivera. 
"Si. Nel 1976. Giocammo contro il Milan in casa. Era in pieno periodo prenatalizio, mancavano pochi giorni al Natale. Mi ero spinto in avanti, di solito mi proiettavo in area di rigore avversaria appena potevo, arpionai il pallone e di destro riuscii a battere Enrico Albertosi da distanza ravvicinata. Vincemmo 2 a 1. Albertosi fu uno dei migliori portieri della mia epoca insieme a Dino Zoff". 
La Nazionale? 
"Mi sarebbe piaciuto giocarci. Magari solo qualche partita. Però va bene così". 
In precedenza ha accennato al Torino di Gigi Meroni. Lei affrontò anche il Torino di Gigi Radice che nel 1976 vinse lo scudetto. Un suo gol consegnò la vittoria al Foggia contro i granata.
"Si. Era il Torino dei 'Gemelli del gol', Pulici e Graziani. Un Torino che non aveva certo bisogno di presentazioni. Il 23 ottobre 1977 riuscimmo a batterlo. Una palla in area, ci misi il piede e riuscii a battere il "Giaguaro", Luciano Castellini, uno che in porta non scherzava. Quando era in giornata di grazia volava da un palo all'altro della porta e ti parava tutto".
A proposito di prodezze. Quel Foggia-Livorno del 1969, le ricorda qualcosa?
"Fu il gol più bello della mia carriera. Ho giocato nel ruolo di libero, non sono un attaccante, anche se agli inizi della mia carriera ero partito da attaccante. Considerando anche le presenze con il Ravenna, tra Serie A, B e C, ho giocato circa 517 partite, realizzando 8 reti in Serie A e 2 reti in B con il Foggia, e 3 reti con il Ravenna in C. Quel gol contro il Livorno lo misi a segno il 12 gennaio 1969 con una spettacolare rovesciata acrobatica, eseguita con le spalle rivolte alla porta. Fu un bel gol". 
Quale partita della Nazionale italiana ricorda con più emozione? 
"La finale del Mondiale 1982 in Spagna, Italia-Germania 3 a 1, e la semifinale Italia-Germania 4 a 3, giocata in Messico nel 1970. Entrambe disputate contro i tedeschi". 
Con uno dei protagonisti assoluti di quella fantastica partita consegnata alla storia dei Mondiali, Italia-Germania 4 a 3, fu il migliore in campo in quell' indimenticabile match, lei ci giocò insieme nel Foggia.
"Ho avuto l'onore di conoscere e giocare con Angelo Domenghini. Un campione e un caro amico. Non posso che ritenermi fortunato. Domenghini, in maglia rossonera, contribuì notevolmente alla salvezza del Foggia. Vinse scudetti, Coppa Campioni e Coppa Intercontinentale con l'Inter. Quel suo fantastico scudetto vinto a Cagliari, irripetibile".
Lei ha giocato anche con un calciatore che vinse tutto nel Milan. 
"Si. Giovanni Lodetti. Un grande professionista. Una persona, semplice, sempre pronta alla battuta. Un campione. Disputò due stagioni in Serie B con il Foggia e con lui, nel 1976, risalimmo di nuovo in Serie A. Poi andò a giocare in Piemonte, con il Novara. Lo ricordo sempre con molto affetto".
Quando nel 1968 vi recaste da Padre Pio, come terminò la partita che giocaste la domenica successiva contro la Reggiana? 
"Perdemmo in casa: 2 a 1. La Reggiana era comunque una compagine che aveva in squadra giocatori di tutto rispetto, ricordo Bruno Giorgi, Mazzanti, Negrisolo, Fanello. Andammo in vantaggio. Segnò Roberto Rolla. Una splendida rovesciata acrobatica. Gli emiliani pareggiarono e, con un gol realizzato a pochi minuti dal termine, poi conquistarono i due punti, vincendo la gara".
Nel 1973 il Foggia fu promosso in Serie A. Lei si recò a piedi, in pellegrinaggio, a San Giovanni Rotondo per ringraziare Padre Pio. 
"Si. Lo ricordo bene. Quell'anno fummo promossi in Serie A insieme al Genoa e Cesena. Partimmo a piedi da Foggia insieme al portiere Raffaele Trentini, all'allenatore Lauro Toneatto, a Gigi Del Neri, Giancarlo Morrone, Novilio Bruschini e Giorgio Braglia e salimmo a San Giovanni Rotondo. Scendemmo nella cripta del convento di Santa Maria delle Grazie ed andammo a ringraziare Padre Pio. Ricordo anche il signor Vincenzo Di Bari, che ci seguì portando le bevande alloggiate nel suo Ape tre ruote. Lo stesso pellegrinaggio lo ripetemmo anche nel 1976, quando in campionato centrammo la permanenza in Serie A. In quella occasione ci recammo di nuovo a piedi a San Giovanni Rotondo e ringraziammo nuovamente il frate "stigmatizzato". Eravamo io, Bruschini, Balestri, Lorenzetti e Turella".
Forse proprio Padre Pio ha voluto che lei si trasferisse da Ravenna a Foggia. Nel territorio dove lui operò per 52 anni ininterrotti.
"Me lo sono chiesto tante volte. E chissà che forse sia andata proprio così".

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